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A fine gennaio 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato una nuova linea guida globale per rendere più sani i cibi e le bevande disponibili a scuola. L’idea di fondo è semplice: i bambini passano molte ore in classe e ciò che trovano da mangiare (in mensa, nei distributori, nei bar vicini o tramite pubblicità) può influenzare abitudini che durano tutta la vita.
Il tema è attuale perché il mondo sta affrontando una “doppia sfida”: da un lato sovrappeso e obesità aumentano, dall’altro in alcuni contesti esiste ancora malnutrizione. L’OMS ricorda che nel 2025 circa 1 ragazzo su 10 in età scolare (circa 188 milioni) viveva con obesità nel mondo, e per la prima volta il numero ha superato quello dei bambini sottopeso. Inoltre, circa 466 milioni di bambini ricevono pasti a scuola, ma spesso si sa ancora troppo poco sulla qualità nutrizionale di ciò che viene servito.
Cosa propone concretamente l’OMS? Prima di tutto, standard chiari: più cibi che favoriscono una dieta sana e meno prodotti ricchi di zuccheri, sale e grassi non salutari. In pratica significa puntare su alimenti come cereali integrali, frutta, legumi e frutta secca, e ridurre “l’eccesso” di zuccheri liberi, grassi saturi e sodio. Accanto alle regole, la linea guida suggerisce anche piccoli interventi “furbi” (i cosiddetti nudges): ad esempio cambiare posizione, presentazione o prezzo delle opzioni in mensa o nei punti vendita scolastici, per rendere più facile scegliere ciò che è più sano senza obbligare o colpevolizzare nessuno.
Un punto importante è che le regole devono essere applicate davvero: l’OMS sottolinea la necessità di monitoraggio ed enforcement, altrimenti le buone intenzioni restano sulla carta. E c’è anche un “buco” da colmare: a ottobre 2025, 104 Paesi avevano politiche sul cibo a scuola, ma solo 48 limitavano il marketing di alimenti ricchi di zuccheri, sale o grassi non salutari rivolto ai bambini.
In breve, questa linea guida mette al centro un messaggio pratico: se vogliamo ridurre obesità e malattie future, la scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma anche un posto dove imparare—ogni giorno—che cosa significa mangiare in modo equilibrato.


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Negli ultimi mesi è tornata spesso sulle cronache l’influenza aviaria ad alta patogenicità (H5N1), un virus che colpisce soprattutto uccelli selvatici e allevamenti avicoli, ma che in alcune circostanze può “saltare” anche ad altri animali e, più raramente, all’uomo. L’OMS ricorda che la variante oggi molto diffusa (clade 2.3.4.4b) ha causato un numero eccezionale di morti tra uccelli selvatici e pollame in vari continenti, ed è per questo che la sorveglianza è diventata più intensa.

L’aspetto che rende il tema particolarmente attuale è che negli Stati Uniti, dall’inizio dell’outbreak del 2024, il virus è stato rilevato anche in bovini da latte. Questo non significa che “sia iniziata una pandemia”, ma spiega perché sanità pubblica e veterinaria stanno lavorando insieme: quando un virus circola molto negli animali, aumentano le occasioni di esposizione umana. Il CDC ribadisce che il rischio per la popolazione generale è attualmente basso, mentre è più alto per chi ha contatti ravvicinati e non protetti con animali infetti o ambienti contaminati (per esempio alcuni lavoratori di allevamenti).

Per il cittadino, una domanda naturale è: “E il cibo?” Qui il messaggio chiave è semplice: i dati disponibili indicano che la pastorizzazione inattiva il virus, rendendo sicuro il latte pastorizzato; il problema riguarda soprattutto il consumo di latte crudo/non pastorizzato. Anche per le infezioni umane, i report europei sottolineano che restano rare e tipicamente legate a esposizioni specifiche (poultry o ambienti con pollame), senza evidenza di trasmissione sostenuta tra persone nel periodo monitorato.

In sostanza, l’H5N1 oggi è un tema “One Health”: proteggere gli animali (bio-sicurezza negli allevamenti, controllo dei focolai) aiuta a proteggere anche le persone. A livello pratico, le raccomandazioni più sensate sono: evitare il latte crudo, seguire le indicazioni sanitarie se si lavora con animali, e non maneggiare animali selvatici malati o morti senza protezioni


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Negli ultimi anni i farmaci basati su GLP-1 (glucagon-like peptide-1) hanno cambiato il modo in cui si affronta l’obesità, spostando l’attenzione da una lettura esclusivamente “comportamentale” a una gestione medica e di lungo periodo. Questa evoluzione è stata riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il 1 dicembre 2025 ha pubblicato la sua prima linea guida globale sull’uso delle terapie GLP-1 nell’obesità adulta, descrivendo l’obesità come una condizione cronica e recidivante e formulando raccomandazioni condizionali per l’impiego di questi farmaci.

Dal punto di vista biologico, gli agonisti del recettore GLP-1 agiscono su fame e sazietà, rallentano lo svuotamento gastrico e migliorano alcuni parametri metabolici: in molti pazienti questo si traduce in una riduzione del peso clinicamente significativa, soprattutto quando la terapia è inserita in un percorso strutturato. Proprio su questo punto l’OMS insiste: insieme al farmaco, è raccomandata l’offerta di interventi comportamentali intensivi (alimentazione, attività fisica, supporto al cambiamento) per massimizzare e mantenere i risultati.

Accanto ai GLP-1 “classici”, stanno assumendo un ruolo crescente i dual agonisti GIP/GLP-1, come tirzepatide, che combinano due segnali ormonali coinvolti nella regolazione dell’appetito e del metabolismo. Gli studi clinici e le sintesi della letteratura mostrano cali ponderali importanti e miglioramenti su pressione, profilo lipidico e controllo glicemico in vari contesti di sovrappeso/obesità.

Un altro tema di grande interesse pubblico è che, in popolazioni con malattia cardiovascolare e sovrappeso/obesità senza diabete, semaglutide ha mostrato una riduzione del rischio di eventi cardiovascolari maggiori nello studio SELECT, alimentando il dibattito su benefici che vanno oltre il numero sulla bilancia.

Restano però sfide concrete: gli effetti collaterali più frequenti sono gastrointestinali, la terapia spesso richiede continuità nel tempo, e l’OMS richiama con forza i nodi di accessibilità, costo e disponibilità (incluso il rischio di disuguaglianze).


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Quando parliamo di invecchiamento cerebrale, spesso pensiamo subito alla memoria che rallenta, alla difficoltà di concentrazione o al timore della demenza. In realtà, il cervello non “invecchia” da solo: è influenzato da tutto il corpo, soprattutto dal sistema immunitario. Con l’età, infatti, il nostro organismo cambia in due modi importanti: da un lato la risposta immunitaria diventa meno efficiente (immunosenescenza), dall’altro tende ad aumentare uno stato di infiammazione di basso livello ma persistente (inflammaging). Questo mix rende gli anziani più vulnerabili alle infezioni e può anche avere effetti indiretti sul cervello.

Perché le infezioni “parlano” al cervello

Molte infezioni non colpiscono solo polmoni o vie respiratorie: possono innescare una risposta infiammatoria che, in alcune persone, si ripercuote anche sul sistema nervoso. L’infiammazione può contribuire a peggiorare fragilità vascolare, qualità del sonno, energia mentale, e in alcuni casi può accelerare problemi già presenti. Per questo, prevenire certe infezioni negli anziani non significa solo “evitare la febbre”, ma anche ridurre stress biologico e infiammatorio che può pesare sul cervello nel tempo.

L’idea chiave: i vaccini come protezione “indiretta” del cervello

Qui entra in gioco un concetto semplice: se un vaccino previene (o rende più lieve) un’infezione, può anche ridurre le conseguenze infiammatorie e vascolari che l’infezione porta con sé. In altre parole, anche se il vaccino non è “un farmaco per la memoria”, potrebbe contribuire a creare un ambiente biologico più favorevole per il cervello che invecchia.
Negli ultimi anni, alcuni studi osservazionali e analisi su grandi banche dati hanno infatti trovato un’associazione tra vaccinazioni comuni e minor rischio di diagnosi di demenza. È un campo in fermento: promettente, ma da interpretare con prudenza, perché un’associazione non è automaticamente una prova di causa-effetto.</p

Il caso più discusso: vaccino contro l’herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio)

Il filone più citato riguarda i vaccini contro herpes zoster. Un grande studio pubblicato su Nature Medicine ha osservato che chi riceve il vaccino ricombinante contro lo zoster (usato oggi in molti Paesi) mostrava un rischio di demenza più basso rispetto a gruppi simili non vaccinati.
Altri lavori, sfruttando particolari “esperimenti naturali” legati alle politiche vaccinali, hanno riportato riduzioni dell’incidenza di demenza nell’arco di anni. Una sintesi su The BMJ ha descritto risultati coerenti con una diminuzione delle diagnosi di demenza nel follow-up tra vaccinati e non vaccinati.
In parallelo, commenti e discussioni su riviste come JAMA hanno sottolineato quanto questi dati siano interessanti e meritevoli di ulteriori conferme e studi dedicati.
Perché proprio lo zoster? Una delle ipotesi è che virus “latenti” (come quelli della famiglia herpes) possano, in alcune persone, contribuire a infiammazione o danno nel tempo; prevenire riattivazioni o modulare la risposta immunitaria potrebbe avere effetti indiretti sul cervello. Al momento, però, si parla di ipotesi plausibili, non di certezze.

Influenza: proteggere i polmoni, forse anche la mente

Anche la vaccinazione antinfluenzale è stata associata in più studi a un minor rischio di demenza nel lungo periodo. Una revisione sistematica con meta-analisi (circa 300.000 persone anziane nei lavori inclusi) ha stimato un’associazione con riduzione del rischio di demenza nei vaccinati rispetto ai non vaccinati.


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