L’influenza aviaria ad alta patogenicità (H5N1)

Negli ultimi mesi è tornata spesso sulle cronache l’influenza aviaria ad alta patogenicità (H5N1), un virus che colpisce soprattutto uccelli selvatici e allevamenti avicoli, ma che in alcune circostanze può “saltare” anche ad altri animali e, più raramente, all’uomo. L’OMS ricorda che la variante oggi molto diffusa (clade 2.3.4.4b) ha causato un numero eccezionale di morti tra uccelli selvatici e pollame in vari continenti, ed è per questo che la sorveglianza è diventata più intensa.
L’aspetto che rende il tema particolarmente attuale è che negli Stati Uniti, dall’inizio dell’outbreak del 2024, il virus è stato rilevato anche in bovini da latte. Questo non significa che “sia iniziata una pandemia”, ma spiega perché sanità pubblica e veterinaria stanno lavorando insieme: quando un virus circola molto negli animali, aumentano le occasioni di esposizione umana. Il CDC ribadisce che il rischio per la popolazione generale è attualmente basso, mentre è più alto per chi ha contatti ravvicinati e non protetti con animali infetti o ambienti contaminati (per esempio alcuni lavoratori di allevamenti).
Per il cittadino, una domanda naturale è: “E il cibo?” Qui il messaggio chiave è semplice: i dati disponibili indicano che la pastorizzazione inattiva il virus, rendendo sicuro il latte pastorizzato; il problema riguarda soprattutto il consumo di latte crudo/non pastorizzato. Anche per le infezioni umane, i report europei sottolineano che restano rare e tipicamente legate a esposizioni specifiche (poultry o ambienti con pollame), senza evidenza di trasmissione sostenuta tra persone nel periodo monitorato.
In sostanza, l’H5N1 oggi è un tema “One Health”: proteggere gli animali (bio-sicurezza negli allevamenti, controllo dei focolai) aiuta a proteggere anche le persone. A livello pratico, le raccomandazioni più sensate sono: evitare il latte crudo, seguire le indicazioni sanitarie se si lavora con animali, e non maneggiare animali selvatici malati o morti senza protezioni

